Ho finito il mio capolavoro con un certo anticipo sul tempo che avevo immaginato di impiegare. Bene, perché tornando indietro desidero fermarmi a Damanhur Crea per ricevere un’applicazione di pranopratica, prima dell’incontro della serata. Esco dai Templi, nel cuore della montagna, ritrovandomi nel piazzale del nucleo comunità Porta del Sole, una bella casa, recentemente ristrutturata, che nessuno immaginerebbe essere l’ingresso a un’opera incredibile come i Templi. Mi colpisce sempre molto il passaggio diretto da un cortile come ce ne sono mille nel mondo a un complesso sotterraneo assolutamente unico. Il bello è che, rispetto a quando sono stato nei Templi per la prima volta, le sale, i corridoi, le stanze del complesso sotterraneo sono aumentati, si sono via via trasformati e arricchiti di mille elementi, mentre il cortile è sempre rimasto più o meno lo stesso. Anche il bosco sulla sommità della collina che contiene i Templi è perfettamente intatto, e non lascia trasparire in nessun modo il prezioso contenuto all’interno!

Alle cinque del pomeriggio sono a Damanhur Crea, nel cuore di Vidracco. Qui si trovano: alcuni laboratori artistici; gli studi di bioedilizia, dalla progettazione alla realizzazione fino all’impiantistica; il supermercato biologico; il laboratorio di Selfica, una disciplina sperimentale damanhuriana che realizza strutture in grado di convogliare energie intelligenti; il poliambulatorio “Crea salute”; un centro di bellezza e massaggio che offre molti diversi trattamenti; il centro di fisiokinesiterapia “Fisiocrea”; uno studio di medicina naturale, dove sono diretto.

A Damanhur Crea si trovano anche un bar-ristorante biologico e, soprattutto, il centro convegni Adriano Olivetti. La dedica a Olivetti, prima ancora che essere un omaggio alla figura dell’imprenditore illuminato incarnata da Adriano, filosofo, politico e mecenate oltre che industriale, è un riferimento alla storia della struttura che oggi ospita Damanhur Crea. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Adriano Olivetti promosse una serie di iniziative dette I-Rur, per portare il lavoro nelle valli intorno a Ivrea, città dove si trovava la sede centrale dell’Olivetti, anziché costringere le persone a lasciare il loro paese. Sorse così lo stabilimento di Vidracco, nel quale si producevano, tra le altre cose, le custodie delle macchine per scrivere portatili Lettera 22 e Lettera 32: considerando la diffusione delle due macchine nelle famiglie italiane, probabilmente anche tu o i tuoi genitori, durante la vostra vita, avete avuto in casa un oggetto proveniente dallo stabilimento di Vidracco!
Con la morte di Adriano, nel 1960, si perse il senso degli I-Rur, e lo stabilimento divenne un deposito di materiali. Quando poi, decenni dopo, l’azienda Olivetti sparì, i suoi siti produttivi vennero liquidati e Damanhur, nei primi anni Duemila, rilevò gli impianti di Vidracco, 4000 metri quadrati realizzati nei canoni olivettiani di funzionalità e semplicità architettonica, ormai abbandonati da tempo. Nel 2004, dopo un lungo lavoro di ristrutturazione e di adeguamento alle mutate esigenze, il complesso ha riaperto come Damanhur Crea, e al nome di Adriano Olivetti è stato intitolato il centro congressi.

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Il Centro Damanhur Crea, recupero di un vecchio stabilimento Olivetti.

Al primo piano, si trova lo studio di pranopratica. Lì mi attende Naga Ginestra, una guaritrice con molta esperienza, dalla quale sono seguito da anni: sa darmi il giusto consiglio quando ne ho bisogno, e soprattutto mi incoraggia a prendermi cura in prima persona della mia salute, meditando sul significato dei piccoli problemi che posso incontrare e ricercando il significato dei segnali che il mio corpo mi invia, incoraggiandomi ad avere col mio medico un dialogo aperto e non un freddo rapporto tecnico. Fare della propria salute un’opportunità di riflessione profonda su se stessi e sul proprio rapporto con la vita, è uno degli elementi fondamentali del concetto di guarigione, secondo la filosofia damanhuriana.
Sin dagli anni in cui Damanhur prendeva forma, la salute è stata uno dei principali punti di attenzione, e la pranopratica, cioè il passaggio di energia vitale attraverso le mani del guaritore, una delle attività di ricerca maggiormente sviluppate. Falco vi è impegnato in prima persona, avendo scoperto in sé sin da piccolo la facoltà di aiutare gli altri a guarire ponendo loro le mani vicino alla testa, e con i suoi primi compagni - Aldo diventato poi Canguro, Gianpiero-Fenice, Eugenio-Condor, Angela-Gau, Michele-Orango, Giovanna-Naga – ha dato vita a una vera e propria scuola per guaritori spirituali, che ha formato centinaia di guaritori, la maggior parte dei quali attivi al di fuori di Damanhur.
La pranopratica, definita anche “pranoterapia”, è la pratica per il benessere più diffusa fra i damanhuriani.

La nostra storia ha portato anche uno sviluppo estremamente ampio nel campo della terapia, che si avvale dell’utilizzo sia della medicina naturale sia della medicina “accademica”, grazie alla presenza di medici damanhuriani e di altri operatori sanitari come ostetriche, infermieri, psicologi, fiosioterapisti.
Così, accanto alla figura del guaritore spirituale, si è definita a poco a poco anche quella del “Medico verde”, che si affianca al guaritore nel favorire la capacità di scelta terapeutica dell'assistito col quale formula e condivide un percorso specifico ed individuale. Sentirsi chiedere dal medico “Prima che te lo dica io, tu come penseresti di curare questo tuo problema?” ha l’effetto immediato di far percepire quanto sia la persona il primo responsabile della propria salute, e quanto sia importante il desiderio di guarire. Il Medico verde è un laureato in Medicina che ha competenza anche nel campo delle terapie naturali, che integra alla sua preparazione professionale, in una visione olistica della cura.

Io sono molto legato alla pranopratica: ho ricevuto la mia prima applicazione con Orango Riso, nel 1978, nella mia città, e da sempre ne percepisco chiaramente l’effetto positivo sul mio stato generale, non solo riguardo alla mia forma fisica ma anche come elemento capace di legare e mettere in comunicazione ogni parte di me, aiutandomi ad avere una visione più lucida di me stesso. Accanto ai periodici controlli medici necessari per un’accurata prevenzione, richiedo sempre, come trenta anni fa, un’applicazione di pranopratica ogni due settimane.
Gli ultimi decenni in Italia hanno visto dapprima un radicalizzarsi delle posizioni quasi ideologiche, prima ancora che professionali, di operatori della medicina naturale, o “dolce”, o “alternativa”, da un lato, e di operatori della medicina scientifica, o “biomedicina”, o medicina convenzionale, dall’altro. Poco alla volta, per fortuna, gli steccati della diffidenza hanno cominciato a essere aggirati attraverso la ricerca. Da questo punto di vista, Damanhur può fregiarsi di essere all’avanguardia avendo sempre sostenuto e applicato un modello di medicina integrata in cui il meglio per la persona, sia essa sana o malata, lo si ottiene combinando conoscenze ed esperienze diverse e rendendole complementari.
Proviamo a chiederci cosa significa “naturale”, oggi. Fino a qualche anno fa, qualunque operatore avrebbe risposto con certezza che il prodotto erboristico è più naturale del prodotto farmaceutico e una sessione di agopuntura lo è più di un intervento chirurgico. Oggi, pur partendo da quelle stesse considerazioni, occorre però considerare che viviamo costantemente una condizione di squilibrio: sono innaturali l’aria che respiriamo, il cibo che ingeriamo, le stoffe che indossiamo, le frequenze luminose provenienti dai led delle nostre apparecchiature elettroniche nelle quali dormiamo, il ritmo di vita, l’impulso consumistico che ci orienta nelle scelte. Anche chi opera scelte di vita originali, come i damanhuriani, si trova, seppure in misura minore, alle prese con questi problemi. Quindi, occorre una filosofia del naturale che sappia bilanciare la poca natura che incontriamo nei nostri atti quotidiani: proprio per questo, una concezione della salute basata sulla ricerca della massima naturalità nella prevenzione e nella cura, ci ha portati a comprendere in un unico modello sanitario sia le competenze del guaritore sia le competenze del medico. È poi la persona, che si tratti di un damanhuriano o meno, a indirizzarsi, consultandosi con il medico, verso la cura che sente più affine ed efficace per sé.

Uno dei laboratori più interessanti che si trovano a Damanhur Crea è quello di “selfica”, una disciplina che, basandosi sull'equilibrio tra forme, materiali e colori, dà vita a strutture capaci di richiamare e indirizzare energie intelligenti: sono le self, alcune delle dimensioni di un anello o di un bracciale, altre decisamente più grandi. Nel laboratorio sono esposte tutte le self disponibili per il pubblico, più di una trentina. Le self più semplici sono realizzate in metallo, mentre strutture più complesse integrano microcircuiti e liquidi appositamente preparati per agire da trasformatori di energie e svolgere funzioni mirate al benessere di chi le utilizza, per armonizzare persone ed ambienti o per amplificare le capacità sensoriali. Ogni self, in virtù della forma e dei materiali con i quali è realizzata, ospita un progamma specifico, che svolge a favore della persona che la porta su di sé, attraverso una sorta di rapporto di simbiosi.
La selfica è un’originalità damanhuriana, sviluppata sin dai primi anni parallelamente alle ricerche sulla pranopratica. Io ne possiedo tre: sono poche, se consideriamo quante diverse possibilità offre questa genere di ricerca, ma ho sempre preferito ridurre al minimo gli strumenti al di fuori di me attraverso i quali stare bene, ricercare, fare esperienza, per cercare di far crescere le mie potenzialità personali. Altri damanhuriani hanno una visione diversa delle cose: per far risuonare dentro di sé la nota giusta occorre un diapason che la produca e la trasmetta al nostro essere, quindi la possibilità di sviluppare parti di sé è per loro proporzionale anche all’uso di self.  Ognuno indaga nella propria direzione e traccia un sentiero possibile. Alcuni ricercatori damanhuriani con le self “ci parlano”, e conducono seminari in cui queste strutture vengono utilizzate per allenare a utilizzare i sensi interni, cioè quelli più legati alla nostra sensibilità sottile, alla nostra anima. Io il corso l’ho fatto, toccando con mano quanto queste strutture vive possano guidarci nella scoperta delle parti di noi più nascoste, però continuo comunque a utilizzare abitualmente solo la self mente-cuore, la self dei sogni e il pendolino selfico. La prima mi aiuta a tenere collegati, senza che una parte sovrasti l’altra, le parti di me razionali ed emozionali; la seconda fa sì che attraverso i sogni io possa elaborare idee, ricevere ispirazione, trovare soluzioni a problemi in modo più lucido e cosciente di quanto abitualmente ci accade; con il terzo, utilizzo la radiestesia per affrontare e risolvere vari quesiti.

Un’applicazione della selfica è quella offerta dalla pranoself, che combina l’azione della pranopratica fatta da un guaritore con quella delle self. Un’altra possibilità è quella della cosiddette “cabine”: ambienti all’interno dei quali le strutture selfiche operano sull’individuo nella sua globalità. Si tratta di una ricerca in fase di sperimentazione, nella direzione dell’equilibrio energetico della persona.

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