Sabato 21 gennaio ho partecipato a un interessante convegno interno, organizzato dalla Via dell’Arteparola – della quale faccio parte – dedicato ai canoni dell’arte damanhuriana.
L’arte è un elemento importante per esprimere ciò che si ha dentro e per educare i propri canali espressivi: a Damanhur ha anche il significato di memoria storica collettiva e gli artisti sono un po’ i medium attraverso i quali l’intero popolo racconta se stesso.
E qui cade la prima fondamentale questione, la prima sfida: conciliare l’ispirazione personale, che è il sale di ogni forma di creatività, con l’esplicita richiesta, proveniente dal popolo damanhuriano, di realizzare un’arte che rappresenti tutti. La nostra missione consiste quindi nel realizzare arte che sia al contempo creativa, libera e “istituzionale”.
Il convegno è stata un’occasione di confronto. Per la verità, ha toccato solo tangenzialmente l’ambito della musica e del teatro, al quale io sono maggiormente legato, mentre si è concentrato soprattutto sulle arti figurative; d’altronde è anche logico, alla luce del fatto che i Templi dell’Umanità sono un’esposizione e un atelier permanenti, che rappresentano la realizzazione alla quale tutti teniamo di più.
Personalmente, “arte” è una di quelle parole alle quali mi accosto con timore: non tanto timore reverenziale, nel senso che l’arte sia una cosa così alta da doverla riverire, quanto timore di parlare di qualcosa che non si riesce mai a definire cos’è… Dove inizia e dove finisce l’arte? A me piace scrivere, recitare, qualche volta cantare e se questo rientri nella sfera dell’arte, non lo so.
Uno dei punti dei quali discutevamo sabato è proprio questo: l’arte fatta dai damanhuriani diventa “arte damanhuriana” quando è pensata come evento collettivo più che personale, quando racconta le storie di tutti attraverso le storie di uno. E quando usa meccanismi espressivi che tutti sappiano leggere, perché da un lato sono caratterizzati, perciò riconoscibili, e dall’altro sono semplici. Non è un caso se nelle sale dei Templi, come sulle pareti esterne di tante nostre comunità, vi sia molto figurativo e pochissimo astratto, il soggetto sia quasi costantemente la figura umana-animale-vegetale e l’elemento ornamentale sia così spesso ricavato dalla lingua sacra, che fa parte dell’esperienza collettiva di studio.
A pensarci bene, l’unico che sfugge a questi canoni è Falco, con la pittura selfica; in questo caso, più che “guida”, mi sembra essere l’eccezione che conferma la regola.