Credo che una delle caratteristiche più particolari di Damanhur sia l’enorme valore che si dà alla ricerca della migliore formula sociale di convivenza, enorme valore che si traduce in tempo impiegato per confrontarsi, discutere, informare.
Damanhur è una federazione di comunità; ogni comunità conta più o meno dai dieci ai venticinque componenti, a seconda dell’ampiezza di case e e territori. In ogni comunità annualmente si elegge un responsabile e ci si incontra almeno settimanalmente.
Due-tre comunità vicine, che condividano progetti o abbiano continuità di territorio, formano una regione; ogni regione è retta da un capitano, termine scelto per analogia con il comandante di un’astronave o di una nave, quindi di un “mondo” nel quale ognuno ha un proprio ruolo. Il consiglio di tutti i capitani si riunisce settimanalmente per coordinare le varie attività, risolvere eventuali problemi, proporre iniziative. È quello che si chiama “corpo sociale”, che comprende anche Collegio di Giustizia e Re Guida, cioè la parte istituzionale di Damanhur, quella alla quale fanno capo tutti gli aspetti del vivere pratico…
E se tutto questo non ci fosse? Se semplicemente ogni gruppo umano, aggregatosi in base alle esigenze pratiche – cioè disponibilità delle case e voglia delle persone di stare insieme – gestisse la propria vita e i propri progetti, senza coordinarli con quelli degli altri? Cosa cambierebbe se non ci fossero organi e responsabili?
Sono domande che mi ha posto un ospite che ha passato una ventina di giorni a Damanhur rimanendo stupito per la grande quantità di tempo e di energia che viene impiegata negli incontri del corpo sociale. L’ospite, con sintesi alquanto approssimativa ma molto efficace sul piano della comunicazione, diceva “Non vi stancate mai di giocare a Monopoli?”
Capisco la domanda, perché il nostro modo di prendere estremamente sul serio lo stare insieme, e le “regole del gioco” dello stare insieme, prende tanto spazio nella nostra vita. La nostra scelta, fatta sin dagli inizi, di strutturarci come una piccola società ben organizzata, potrebbe sembrare alle volte in contraddizione con la nostra natura di esperienza spirituale. Ma non è così.
Io credo che l’obiettivo di Damanhur sia la totale libertà spirituale di ogni damanhuriano. Per ottenere questo, occorre che ci sia un tappeto di consuetudini e – perché no? – regole condivise che sia uguale per tutti, in modo che le esperienze degli uni siano sempre sinergiche con quelle degli altri. Per questo è importante che un aspetto così importante come la convivenza sia sempre oggetto di confronto e di scambio.
Sul fatto che poi tante riunioni, tanti ordini del giorno, tanto scambio di informazioni rischino di creare alle volte un approccio un po’ burocratico alle cose, sottraendo tempo ad altri esperienze, può essere vero: ma è il meglio che siamo riusciti a fare finora.
Comunicare richiede tempo ma è un obiettivo troppo importante in una comunità perché possa essere trascurato. Coordinare gli obiettivi di ogni gruppo può spuntare le ali di quale progetto specifico, ma le risorse di tutti sono un elemento troppo prezioso per rischiare di sprecarlo.
Direi che non giochiamo a Monopoli, o per lo meno non nel senso che indicava il nostro ospite: non credo che diamo troppa importanza a cose che non ce l’hanno e che rischiano di distrarci. Semmai, cerchiamo di portare massima attenzione ad aspetti che possono unirci, anche se questo costa il tempo e talvolta la fatica di incontri, confronti, discussioni. È uno dei nostri mille modi per stare uniti e condividere quello che facciamo, e ci teniamo che sia così.