Sul solito, ineffabile sito di pseudonotizie, ho letto in queste settimane una serie di articoli che manifestano grande disinformazione riguardo a Damanhur. Non potrebbe essere altrimenti, dato che gli articoli si basano solo su voci unilaterali, vale a dire quelle di fuoriusciti, gruppi anti-sette e giornalisti rampanti, non verificate presso Damanhur e i damanhuriani. Gli articoli parlano naturalmente anche di altri gruppi: non potrei dettagliare le falsità su di essi, poiché si tratta di realtà che non conosco personalmente, ma certamente propendo per la solita stucchevole gratuita campagna antisette, basata su ciò che è facile far credere vero a chi non ha voglia o strumenti per riflettere.
I dati velenosamente errati su Damanhur sono molti: per evitare di dilungarmi, ho segnalato al sito che tutte le risposte si trovano all’indirizzo http://www.damanhur.info/index.php/component/content/article/65-informazione/2131-considerazioni-sul-volume-qocculto-italiaq , al quale può affacciarsi chiunque voglia farsi un’opinione più completa. Il sito ha pubblicato la mia replica, ma in una sezione diversa da quella che ospita gli articoli, così chi legge gli articoli antisette non legge le repliche, e chi legge solo le repliche è indotto ad andare a cercare anche gli articoli. “Pensa bene degli altri”, dice la Costituzione di Damanhur; io ci provo ma a volte non mi viene bene…
La lettura degli articoli fa nascere in me varie considerazioni. Innanzitutto: perché nei confronti delle realtà spiritualmente diverse è lecito attaccare, dileggiare, denunciare in modo gratuito e approssimativo? Perché un gruppo neo religioso, per dirla con Salvatore Quasimodo, “è subito setta”?
Certamente nell’universo di gruppi/comunità/congreghe/associazioni/confraternite e via dicendo ci sono mele sane e mele marce, ma questo è lo stesso che accade tra le formazioni politiche, religiose, sportive, volontaristiche, culturali. A maggior ragione, quindi, occorrerebbe un’attenzione più… attenta a distinguere ambienti che sono socialmente pericolosi e ambienti che non lo sono.
Pare invece di leggere un po’ ovunque la volontà di fare di tutte le erbe un fascio, e di considerare ogni indizio come una prova.
Così, se “Michele” – nome di comodo con cui gli articoli citano il presunto “ex adepto che vuota il sacco” - quarantenne fuoriuscito da Damanhur, dice che uscire dopo vent’anni gli è costato fatica, significa chissà cosa… Ma scusate, siete mai usciti da un’esperienza ventennale - un lavoro, una storia d’amore, qualunque cosa a cui teneste - senza fare fatica? Solo quest’estate i giornali hanno fatto titoli su titoli circa gli stati d’animo di Andrea Pirlo, calciatore, passato alla Juventus dopo dieci anni di militanza nel Milan; e volete che una persona che dopo vent’anni abbandona una scelta di vita - perché evidentemente non ne è più soddisfatta, perché è cambiata lei, per qualunque motivo questo avvenga - lo faccia con leggerezza e senza pensieri? È davvero questa la prova dell’esistenza di una setta?
Oppure, si legge che libri, corsi, oggetti hanno un costo: ma forse che per andare al cinema, o scaricare una suoneria per il cellulare, o comprare una tintura per i capelli, non si paga? Perché libri e corsi e oggetti per la crescita personale e il benessere spirituale dovrebbero essere gratuiti? Forse perché la crescita personale e il benessere spirituale sono concetti opinabili, che rispondono solo a una valutazione personale? E non lo sono forse anche la bellezza di un film, di una suoneria o di una tintura?
C’è qualcosa che non funziona in tutto questo.
Se si vuole fare la caccia alle “sette” - e probabilmente ce ne sono - occorre fare un lavoro capillare basato su dati, elementi reali, analisi, conoscenza diretta dei gruppi sui quali si indaga, per capire quali sono un bersaglio e quali no.
Se invece ci si basa solo sui racconti dei fuoriusciti arrabbiati, allora la partita è già persa in partenza. Per tutti. Con tutto il rispetto dovuto a ogni esperienza personale, non è serio basare la valutazione di un gruppo solo sul fatto che fra chi lo ha lasciato c’è chi ne ha ricordi e sensazioni negative, peraltro rigorosamente riportati sotto falso nome. Ascoltare i fuoriusciti va bene ma la loro è solo una faccia del cristallo, piena di interpretazione personale, di volontà di chiudere con una parte della propria vita, di necessità di sostenere le proprie ragioni; tutte cose umanamente comprensibili, ma che non possono diventare l’unico metro di valutazione e peggio ancora di condanna nei confronti dei “dentrorimasti”.
L’obiettivo di fermare gli eventuali gruppi pericolosi è sicuramente lecito ma rischia di diventare quello di fermare tutti i gruppi, pregiudizialmente: questo sì che sarebbe diabolico e settario.