I miei commenti

In questi giorni a Damanhur è tutto un trionfo di spazzoloni, stracci per spolverare, aspirapolveri, detersivi ecologici e quant'altro. Fra pochi giorni sarà l'Equinozio di primavera e come da tradizione, prima di ogni rito, si fanno pulizie generali. Le stesse scene si ripeteranno a giugno e a dicembre, a ridosso dei Solstizi, e a settembre, prima dell'altro Equinozio.


Non fate gli spiritosi, ora: non sto dicendo che si pulisce solo in prossimità dei grandi riti, ma che prima dei riti facciamo tutti una corvée straordinaria, per arrivare pronti all'appuntamento non solo con i pensieri adatti ma anche con l'ordine e la pulizia del territorio.


Perciò, nelle case, negli spazi personali come in quelli condivisi, negli uffici, in tutti i locali, nella settimana che precede la celebrazione, laviamo, aggiustiamo, riordiniamo (digito questo pezzo dopo aver vuotato la mia scrivania, averla lavata tutta e avervi nuovamente disposto le cose, non senza una piccola selezione).


E come se non bastasse, per evitare che l'occhio del padrone, così come ingrassa il cavallo, lindi la casa, ci sono alcune persone, chiamate, invero poco fantasiosamente, "puliziotti", che fanno il giro di tutti i locali per verificare che ogni cosa sia a posto e semmai per dare consigli.


L'ordine e la pulizia esteriori sono un metafora, ma credo anche un richiamo, all'ordine interiore, e pulire fuori è come pulire dentro, e fare ordine fuori è come ristabilire le priorità dentro di sé. Per questo, sono così importanti da metterli in programma tra le pratiche di preparazione ai grandi riti, oltre che come disciplina quotidiana.

Tra pochi giorni, dunque, sarà primavera. Non esiste una stagione più bella delle altre ma sarebbe falso dire che il risveglio della natura, la temperatura che piano piano lievita, i pomeriggi che si allungano mi lasciano indifferente.

Sapete che cosa farei io, se fossi in voi, per celebrare la bella stagione? Un giro a Damanhur! Se lo fate, venite a salutarmi...

Damanhur è una comunità spirituale o un ecovillaggio? È entrambe le cose, certo, ma quest’interrogativo talvolta divide i damanhuriani non già perché qualcuno ritenga inconciliabili le due identità quanto perché quando ci presentiamo all’esterno, dicono alcuni, confondiamo la nostra identità. In parole povere – e qui parlo per esperienza personale, visto che mi occupo di relazioni esterne – diversi damanhuriani alle volte mi esprimono le loro perplessità in merito al fatto che secondo loro ci definiamo con troppa enfasi un esperimento sociale, un’ecosocietà, un villaggio ecologico, anziché una comunità spirituale.

Non è, devo dire, una questione di lana caprina. Soprattutto se consideriamo quanto è importante, per avere una identità chiara, il modo in cui ci si presenta alle realtà circostanti.

Diciamo allora subito che Damanhur è, assolutamente, una realtà basata su una visione spirituale, e qualunque altra condizione è in qualche modo vassalla di questa.

Partendo da questo assunto, si possono fare molte analisi successive. A cominciare da un appunto di base: “spirituale” è un termine che può essere declinato in tante maniere diverse – mistico, iniziatico, filosofico, magico, laico, esoterico… - e i damanhuriani hanno l’ambizione di esplorarne tutte le accezioni, come piccolo popolo, ognuno addentrandosi nel campo che sente più confacente a sé.

Io la vedo così: Damanhur è una società spirituale che sviluppa l’insegnamento di un risvegliato, Falco. La spiritualità, nelle sue mille facce, non l’ha “creata” Falco: lui propone un modo, uno spirito di fondo nell’andare in questa direzione. L’idea di fondo è che il nostro universo (noi, i pianeti, ogni creatura, ogni “cosa”) è pervaso da una forza divina, quindi che il mondo e la vita materiale sono valori ai quali aderire e da nobilitare, non da superare o mortificare; la nostra è una scuola non di liberazione dalla materia ma di liberazione della materia.

Nobilitare la materia significa andare nella stessa direzione della vita, non distruggerla: per questo motivo, una delle realizzazioni della nostra scuola è la nostra realtà di ecovillaggio (per meglio dire, di più ecovillaggi), dove la vita è rispettata e tutelata non solo per noi ma per tutti i nostri simili.

Quindi, alla partenza noi siamo una comunità spirituale, all’arrivo noi siamo – oltre a essere sempre una società spirituale – anche un ecovillaggio.

Del resto, l’esperienza con il Gen Europe e la Rive, vale a dire le reti di villaggi ecologici in Europa a in Italia, mostra chiaramente anche il percorso inverso: una società basata su sinceri criteri di amore per l’ambiente sviluppa a poco a poco anche l’amore tra le persone, e l’amore diventa modo per cercare dentro di sé e a poco a poco ne nasce un sentiero che può essere definito spirituale.

Io non credo che Damanhur privilegi un’immagine ecologista a una spiritualista. Sicuramente è più facile raccontare la prima che la seconda; statisticamente, con la seconda in Italia ti trovi a essere giudicato più che con la prima. Ma questo semmai è un incentivo a dire forte e chiaro chi siamo e in cosa crediamo.

 

Sabato 21 gennaio ho partecipato a un interessante convegno interno, organizzato dalla Via dell’Arteparola – della quale faccio parte – dedicato ai canoni dell’arte damanhuriana.

L’arte è un elemento importante per esprimere ciò che si ha dentro e per educare i propri canali espressivi: a Damanhur ha anche il significato di memoria storica collettiva e gli artisti sono un po’ i medium attraverso i quali l’intero popolo racconta se stesso.

E qui cade la prima fondamentale questione, la prima sfida: conciliare l’ispirazione personale, che è il sale di ogni forma di creatività, con l’esplicita richiesta, proveniente dal popolo damanhuriano, di realizzare un’arte che rappresenti tutti. La nostra missione consiste quindi nel realizzare arte che sia al contempo creativa, libera e “istituzionale”.

Il convegno è stata un’occasione di confronto. Per la verità, ha toccato solo tangenzialmente l’ambito della musica e del teatro, al quale io sono maggiormente legato, mentre si è concentrato soprattutto sulle arti figurative; d’altronde è anche logico, alla luce del fatto che i Templi dell’Umanità sono un’esposizione e un atelier permanenti, che rappresentano la realizzazione alla quale tutti teniamo di più.

Personalmente, “arte” è una di quelle parole alle quali mi accosto con timore: non tanto timore reverenziale, nel senso che l’arte sia una cosa così alta da doverla riverire, quanto timore di parlare di qualcosa che non si riesce mai a definire cos’è… Dove inizia e dove finisce l’arte? A me piace scrivere, recitare, qualche volta cantare e se questo rientri nella sfera dell’arte, non lo so.

Uno dei punti dei quali discutevamo sabato è proprio questo: l’arte fatta dai damanhuriani diventa “arte damanhuriana” quando è pensata come evento collettivo più che personale, quando racconta le storie di tutti attraverso le storie di uno. E quando usa meccanismi espressivi che tutti sappiano leggere, perché da un lato sono caratterizzati, perciò riconoscibili, e dall’altro sono semplici. Non è un caso se nelle sale dei Templi, come sulle pareti esterne di tante nostre comunità, vi sia molto figurativo e pochissimo astratto, il soggetto sia quasi costantemente la figura umana-animale-vegetale e l’elemento ornamentale sia così spesso ricavato dalla lingua sacra, che fa parte dell’esperienza collettiva di studio.

A pensarci bene, l’unico che sfugge a questi canoni è Falco, con la pittura selfica; in questo caso, più che “guida”, mi sembra essere l’eccezione che conferma la regola.

Questo è un periodo di festa, perché da sempre tanti popoli ne celebrano gli avvenimenti: il Solstizio d’Inverno, la fine di un anno solare e l’inizio di uno nuovo, e poi la nascita degli dei secondo tante tradizioni: iniziano sul finire di dicembre infatti i giorni epagomeni, quelli nei quali avvengono le nascite divine.

A Damanhur non festeggiamo il Buon Natale ma ci si scambia un più ampio augurio di Nascita e Rinascita, di Natività interiore, che renda magico il tempo che ci aspetta come magico è questo momento.

E a tutti gli amici che stanno leggendo e che hanno piacere di riceverlo, faccio lo stesso augurio, ringraziandoli per il dono che mi hanno fatto soffermandosi su queste righe.

                                                                                                                                                                                 Stambecco Pesco

Quando mi chiedono se anche a Damanhur si sente la crisi economica rispondo: “Certo, come potrebbe non sentirsi un evento che coinvolge tutto il mondo?” Inevitabilmente, le attività dei damanhuriani risentono della congiuntura e inoltre c’è una fetta di cittadini che lavorano a Torino, a Ivrea e nelle zone circostanti che dipendono dallo stato di salute delle aziende presso le quali sono impiegati.

L’adozione, dagli inizi di Damanhur, di una valuta complementare come il Credito, e la ricerca dell’autosufficienza alimentare ed energetica sono elementi che aiutano molto ad ammortizzare la contrazione del denaro circolante, ma naturalmente, non essendo la federazione delle nostre comunità un sistema chiuso, questi tempi di pil basso e di spread elevato, di Europa a due velocità e di temuta recessione sono motivo di preoccupazione anche per i damanhuriani.

Questa preoccupazione si unisce però alla fiducia di fondo, perché l’organizzazione comunitaria, la solidarietà tra le persone – che da noi è un aspetto sia naturale sia “istituzionale” – e l’abitudine ad affrontare insieme sia l’alta sia la bassa marea, fanno sì che il futuro non faccia paura, perché nessuno è solo ad affrontarlo.

Credo che questo sia uno degli aspetti più interessanti di una comunità, che si manifesta in momenti come questo: a differenza di ciò che accade a Damanhur – e ritengo in altri gruppi comunitari - in una famiglia “normale” nella quale vengano a mancare le sicurezze economiche e nella quale ad un certo punto si profili la necessità di chiedere aiuto a parenti e amici, la crisi viene probabilmente vissuta con angoscia, timore, incertezza verso il futuro, specie se ci sono figli. La crisi economica diventa quindi anche crisi personale. Me lo ricordo dai momenti di crisi che ho affrontato insieme ai miei genitori, quand’ero ragazzo, e me lo confermano oggi tanti vecchi amici.

Riflettevo su questo, in questi giorni, e mi dicevo che la vita a Damanhur è impegnativa, piena di cose da fare, e spesso anche onerosa per i tanti investimenti che sosteniamo: se non vivessi qui, probabilmente a fine mese mi avanzerebbe qualcosa di più per andare più spesso in pizzeria, e a fine anno per fare un viaggio da qualche parte. Però investendo in Damanhur ho in cambio tante altre cose, e in questo momento soprattutto ho in cambio della sicurezza. Questa crisi mette in evidenza come queste non siano solo parole: Damanhur mi permette di affrontare questa crisi economica mondiale con serenità, circondato da persone che fanno altrettanto; serenità che significa che non sono solo, che faccio parte di una realtà solida, e che il futuro certamente mi darà delle risposte positive. Questo vale veramente tanto e so di essere fortunato.

(Sul fatto che poi la fortuna le persone se la costruiscano, questo rientra nelle valutazioni personali.)

 

Credo che una delle caratteristiche più particolari di Damanhur sia l’enorme valore che si dà alla ricerca della migliore formula sociale di convivenza, enorme valore che si traduce in tempo impiegato per confrontarsi, discutere, informare.

Damanhur è una federazione di comunità; ogni comunità conta più o meno dai dieci ai venticinque componenti, a seconda dell’ampiezza di case e e territori. In ogni comunità annualmente si elegge un responsabile e ci si incontra almeno settimanalmente.

Due-tre comunità vicine, che condividano progetti o abbiano continuità di territorio, formano una regione; ogni regione è retta da un capitano, termine scelto per analogia con il comandante di un’astronave o di una nave, quindi di un “mondo” nel quale ognuno ha un proprio ruolo. Il consiglio di tutti i capitani si riunisce settimanalmente per coordinare le varie attività, risolvere eventuali problemi, proporre iniziative. È quello che si chiama “corpo sociale”, che comprende anche Collegio di Giustizia e Re Guida, cioè la parte istituzionale di Damanhur, quella alla quale fanno capo tutti gli aspetti del vivere pratico…

E se tutto questo non ci fosse? Se semplicemente ogni gruppo umano, aggregatosi in base alle esigenze pratiche – cioè disponibilità delle case e voglia delle persone di stare insieme – gestisse la propria vita e i propri progetti, senza coordinarli con quelli degli altri? Cosa cambierebbe se non ci fossero organi e responsabili?

Sono domande che mi ha posto un ospite che ha passato una ventina di giorni a Damanhur rimanendo stupito per la grande quantità di tempo e di energia che viene impiegata negli incontri del corpo sociale. L’ospite, con sintesi alquanto approssimativa ma molto efficace sul piano della comunicazione, diceva “Non vi stancate mai di giocare a Monopoli?”

Capisco la domanda, perché il nostro modo di prendere estremamente sul serio lo stare insieme, e le “regole del gioco” dello stare insieme, prende tanto spazio nella nostra vita. La nostra scelta, fatta sin dagli inizi, di strutturarci come una piccola società ben organizzata, potrebbe sembrare alle volte in contraddizione con la nostra natura di esperienza spirituale. Ma non è così.

Io credo che l’obiettivo di Damanhur sia la totale libertà spirituale di ogni damanhuriano. Per ottenere questo, occorre che ci sia un tappeto di consuetudini e – perché no? – regole condivise che sia uguale per tutti, in modo che le esperienze degli uni siano sempre sinergiche con quelle degli altri. Per questo è importante che un aspetto così importante come la convivenza sia sempre oggetto di confronto e di scambio.

Sul fatto che poi tante riunioni, tanti ordini del giorno, tanto scambio di informazioni rischino di creare alle volte un approccio un po’ burocratico alle cose, sottraendo tempo ad altri esperienze, può essere vero: ma è il meglio che siamo riusciti a fare finora.

Comunicare richiede tempo ma è un obiettivo troppo importante in una comunità perché possa essere trascurato. Coordinare gli obiettivi di ogni gruppo può spuntare le ali di quale progetto specifico, ma le risorse di tutti sono un elemento troppo prezioso per rischiare di sprecarlo.

Direi che non giochiamo a Monopoli, o per lo meno non nel senso che indicava il nostro ospite: non credo che diamo troppa importanza a cose che non ce l’hanno e che rischiano di distrarci. Semmai, cerchiamo di portare massima attenzione ad aspetti che possono unirci, anche se questo costa il tempo e talvolta la fatica di incontri, confronti, discussioni. È uno dei nostri mille modi per stare uniti e condividere quello che facciamo, e ci teniamo che sia così.

In questi giorni abbiamo celebrato la ricorrenza dedicata ai defunti. Il periodo di inizio novembre è per tante tradizioni il momento nel quale la vita incarnata e la vita disincarnata si incontrano. Da “questa parte” celebriamo il ricordo di chi c’era e non c’è più; dall’altra parte, chissà… Una volta ho scritto un brevissimo testo teatrale, in occasione della morte di Ninfa Camelia, che raccontava una grande festa per il ritorno di una vecchia amica: erano i defunti damanhuriani che brindavano insieme perché finalmente potevano riabbracciare Ninfa, che si era trasferita da loro dopo aver concluso la vita terrena.

A Damanhur il significato del ricordo è proprio questo. La morte è un evento naturale, che fa parte della vita. Non è la fine di nulla. Dà tristezza quando accade, perché viene a mancare qualcuno che prima ci era vicino, ma non presenta nulla da esorcizzare e da considerare alieno alla nostra natura. Avviene e basta, senza sorpresa. Alle volte d’improvviso, altre volte annunciandosi per tempo.

Con l’arrivo delle prime nebbie, le porte tra aldiqua e aldilà si socchiudono e possiamo percepire la presenza di chi non ha più corpo fisico né età, e probabilmente farci percepire. La riflessione sulla vita e sulla morte ci ricorda che siamo di passaggio. Poiché però saremo sempre di passaggio, dovunque andremo – perché “reincarnazione” significa essere di passaggio anche nell’aldilà – è opportuno onorare al meglio lo stato nel quale ci troviamo, vale a dire la vita.

Per questo il rito di commemorazione dei defunti, che ogni anno celebriamo – si è svolto domenica 30 ottobre e si è ripetuto martedì 1 novembre, in entrambi i casi con molti ospiti – oltre a ricordare i defunti damanhuriani e quelli cari a ognuno dei partecipanti, parla dell’alternarsi della vita e della morte come stati complementari dell’esistenza, e l’uno esalta e completa l’altro, come la notte e il giorno.

Sul solito, ineffabile sito di pseudonotizie, ho letto in queste settimane una serie di articoli che manifestano grande disinformazione riguardo a Damanhur. Non potrebbe essere altrimenti, dato che gli articoli si basano solo su voci unilaterali, vale a dire quelle di fuoriusciti, gruppi anti-sette e giornalisti rampanti, non verificate presso Damanhur e i damanhuriani. Gli articoli parlano naturalmente anche di altri gruppi: non potrei dettagliare le falsità su di essi, poiché si tratta di realtà che non conosco personalmente, ma certamente propendo per la solita stucchevole gratuita campagna antisette, basata su ciò che è facile far credere vero a chi non ha voglia o strumenti per riflettere.

I dati velenosamente errati su Damanhur sono molti: per evitare di dilungarmi, ho segnalato al sito che tutte le risposte si trovano all’indirizzo http://www.damanhur.info/index.php/component/content/article/65-informazione/2131-considerazioni-sul-volume-qocculto-italiaq , al quale può affacciarsi chiunque voglia farsi un’opinione più completa. Il sito ha pubblicato la mia replica, ma in una sezione diversa da quella che ospita gli articoli, così chi legge gli articoli antisette non legge le repliche, e chi legge solo le repliche è indotto ad andare a cercare anche gli articoli. “Pensa bene degli altri”, dice la Costituzione di Damanhur; io ci provo ma a volte non mi viene bene…

La lettura degli articoli fa nascere in me varie considerazioni. Innanzitutto: perché nei confronti delle realtà spiritualmente diverse è lecito attaccare, dileggiare, denunciare in modo gratuito e approssimativo? Perché un gruppo neo religioso, per dirla con Salvatore Quasimodo, “è subito setta”?

Certamente nell’universo di gruppi/comunità/congreghe/associazioni/confraternite e via dicendo ci sono mele sane e mele marce, ma questo è lo stesso che accade tra le formazioni politiche, religiose, sportive, volontaristiche, culturali. A maggior ragione, quindi, occorrerebbe un’attenzione più… attenta a distinguere ambienti che sono socialmente pericolosi e ambienti che non lo sono.

Pare invece di leggere un po’ ovunque la volontà di fare di tutte le erbe un fascio, e di considerare ogni indizio come una prova.

Così, se “Michele” – nome di comodo con cui gli articoli citano il presunto “ex adepto che vuota il sacco” - quarantenne fuoriuscito da Damanhur, dice che uscire dopo vent’anni gli è costato fatica, significa chissà cosa… Ma scusate, siete mai usciti da un’esperienza ventennale - un lavoro, una storia d’amore, qualunque cosa a cui teneste - senza fare fatica? Solo quest’estate i giornali hanno fatto titoli su titoli circa gli stati d’animo di Andrea Pirlo, calciatore, passato alla Juventus dopo dieci anni di militanza nel Milan; e volete che una persona che dopo vent’anni abbandona una scelta di vita - perché evidentemente non ne è più soddisfatta, perché è cambiata lei, per qualunque motivo questo avvenga - lo faccia con leggerezza e senza pensieri? È davvero questa la prova dell’esistenza di una setta?

Oppure, si legge che libri, corsi, oggetti hanno un costo: ma forse che per andare al cinema, o scaricare una suoneria per il cellulare, o comprare una tintura per i capelli, non si paga? Perché libri e corsi e oggetti per la crescita personale e il benessere spirituale dovrebbero essere gratuiti? Forse perché la crescita personale e il benessere spirituale sono concetti opinabili, che rispondono solo a una valutazione personale? E non lo sono forse anche la bellezza di un film, di una suoneria o di una tintura?

C’è qualcosa che non funziona in tutto questo.

Se si vuole fare la caccia alle “sette” - e probabilmente ce ne sono - occorre fare un lavoro capillare basato su dati, elementi reali, analisi, conoscenza diretta dei gruppi sui quali si indaga, per capire quali sono un bersaglio e quali no.

Se invece ci si basa solo sui racconti dei fuoriusciti arrabbiati, allora la partita è già persa in partenza. Per tutti. Con tutto il rispetto dovuto a ogni esperienza personale, non è serio basare la valutazione di un gruppo solo sul fatto che fra chi lo ha lasciato c’è chi ne ha ricordi e sensazioni negative, peraltro rigorosamente riportati sotto falso nome. Ascoltare i fuoriusciti va bene ma la loro è solo una faccia del cristallo, piena di interpretazione personale, di volontà di chiudere con una parte della propria vita, di necessità di sostenere le proprie ragioni; tutte cose umanamente comprensibili, ma che non possono diventare l’unico metro di valutazione e peggio ancora di condanna nei confronti dei “dentrorimasti”.

L’obiettivo di fermare gli eventuali gruppi pericolosi è sicuramente lecito ma rischia di diventare quello di fermare tutti i gruppi, pregiudizialmente: questo sì che sarebbe diabolico e settario.

Vi segnalo una notizia che trovo molto interessante, e che finora non ha trovato adeguata eco.

http://www.informazione.it/c/F722D015-2A46-4032-84C2-867F6B9578A1/COLPO-DI-SCENA-NELL-AMBITO-DEL-PROCESSO-ARKEON

Non conosco personalmente il caso, non avendo contatti diretti con alcuna delle persone interessate, ma - chissà perché... - la notizia mi ha messo di buonumore. Spero faccia lo stesso anche a voi.

Falco ha pubblicato un nuovo libro di inediti: “Racconti di un Alchimista”, edito da Altri paraggi. Lo trovate all’indirizzo http://www.ibs.it/code/9788897198017/airaudi-oberto/racconti-alchimista.html   .

Questa uscita è per noi un piccolo avvenimento, perché era dal 1992, quando uscì “Amscusat”, che Falco non pubblicava un nuovo libro. Questo volume comprende trentatré racconti della sua adolescenza, un’adolescenza venata di fenomeni strani, presenze fantascientifiche, libri magici ed esperimenti di ogni tipo e genere… l’autobiografia giovanile di un giovane un po’ particolare.

Avevo avuto modo di leggere i racconti prima della loro pubblicazione, per scriverne un’introduzione. Siamo all’interno di una specie di Harry Potter privo della sapienza letteraria della Rowling e del fascino del “very british and very magical” contesto della saga; non è un caso: siamo all’interno di una narrazione nella quale l’autore crede profondamente in ciò che racconta e non lo propone come frutto di fantasia o come semplice spunto di riflessione. Se il già citato “Amscusat” è - credo… - un frutto della sua fantasia, se “Sette Porte Scarlatte” è un romanzo simbolico, con questi Racconti autobiografici Falco racconta se stesso e la propria formazione.

Falco ama le provocazioni. Di mille libri che avrebbe potuto pubblicare, ha scelto di diffondere aneddoti che sembrano fatti apposta per far discutere e dividere il pubblico dei lettori in due fazioni: i “ci credo” e i “non ci credo”. Io ci credo, sia detto per inciso.

Lui è fatto così: rendere verosimile ciò di cui parla non lo riguarda, non è un suo problema. È piuttosto incline a leggere ogni prudenza come compromesso e i compromessi non gli piacciono. Quindi, racconta ciò che meglio crede, come meglio crede.

Chi, come me, è sensibile al politicamente corretto e all’intellettualmente sobrio, fatica talvolta a comprendere il suo punto di vista, come ho già scritto su “La mia Damanhur”. Ma per lui è tutto estremamente lineare: queste sono le sue esperienze, per incredibili che possano sembrare. È chi propende per la tesi dell’“incredibilità” che perde un’occasione, non certo lui.

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